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Into the wild: Tsavo National Park, Kenya

Pianta on the road: l’acacia, con la sua caratteristica chioma ad ombrello.  Alcuni spicchi di mondo regalano colori che non sbiadiscono con il tempo. Sono tornata solo da poche settimane dal Kenya, eppure sono certa che anche a distanza di anni, quando penserò a quel viaggio, le immagini saranno nitide. Il Parco Nazionale dello Tsavo, il più grande del Paese, è uno di quei luoghi che rimangono negli occhi.
La natura spudorata, la terra rossa della savana, gli arbusti sgranocchiati dagli elefanti. Il cielo basso e le nuvole che danno l’illusione, con un salto, di poter essere afferrate. La riserva, di oltre 23.000 km², è grande quanto l’intera Toscana. Prende il nome dal fiume omonimo che la attraversa interamente, dividendo il parco in due zone: lo Tsavo Est e lo Tsavo Ovest.     Raggiungo la parte orientale partendo da Malindi (leggi l’articolo sulla Grande Bellezza del Kenya), dopo quattro lunghissime ore su una strada sterrata, costellata di buche che fanno oscillare la jeep come un’attrazione da luna-park. Una volta superato l’ingresso, imponente ma essenziale, c’è un’unica grande protagonista: la Natura. Mi si sbriciola il cuore come un grissino a vederla così. Indisturbata, grandiosa, accattivante. Non vi sono alberi troppo alti, lo sguardo corre lontano. All’appello rispondono tutti i colori della bandiera del Kenya: il bianco delle nuvole; il rosso della terra; il verde della vegetazione, con sfumature brillanti grazie alle piogge.    I primi animali che scorgo sono tre zebre. Fiere, quasi un po’ altezzose. Poi un branco nutrito di impala, un animale simile al daino, alto poco meno di un metro ma capace di saltare oltre i dieci metri. I maschi si distinguono perché hanno corna a forma di lira. Noto anche un gruppetto di giraffe, con due cuccioli che camminano con le loro zampette storte. E poi ancora, alci, gazzelle, simpatici facoceri con code che sembrano antenne.    Gli elefanti sono deliziosi, con il loro andamento goffo. Da queste parti hanno sfumature che tendono al rosso, a causa della terra dove camminano. È difficile incontrarli da soli, si spostano sempre in compagnia. Capita di vederne anche 30 o più esemplari che attraversano la strada. Sono una bella comunità. Quando uno del gruppo muore, viene scavata una fossa per seppellirlo. Il suo branco tornerà a rendergli omaggio ogni anno, passando da quel preciso punto dove riposa.    Incontro struzzi e mandrie di bufali: per questi ultimi, bisogna essere scaltri quando se ne incrocia uno in solitaria. È un escluso dal gruppo e per questo soffre di depressione; quindi è propenso a caricare. Qui e là si scorgono montagnette di terriccio delle termiti, fondamentali per l’ecosistema perché divorano un terzo della materia prodotta dalle piante, che viceversa non si riuscirebbe a smaltire e toglierebbe linfa vitale alle nuove materie viventi.     Da una pozza d’acqua spunta un ippopotamo che, quasi a farlo apposta, si tuffa nuovamente nelle sua piscina naturale, tornando in rare occasioni a fare capolino con la testa.   È un tripudio di animali. Ci sono oltre 600 specie di volatili e 60 tipi di mammiferi. Sono vicinissimi, alcuni ad una manciata di metri dall’auto. Non si curano minimamente di noi perché non percepiscono l’uomo come un pericolo. Anche se purtroppo il bracconaggio è ancora presente, il personale del Parco tutela con attenzione la riserva. Vedere tutte queste creature in libertà è inebriante. E un po’ surreale, perché in fondo, se il cartone del Re Leone non conta, è la prima volta che ammiro dal vivo questi animali. Eppure li conosco alla perfezione, so esattamente come è fatta una zebra. È la stessa percezione che ho avuto a New York: non vi ero mai stata ma provavo una sensazione, straniante, di familiarità. E dopo aver visto trotterellare gli elefanti in uno spazio così sconfinato, la mia acrimonia per gli zoo ha raggiunto picchi elevati. Perché è così che devono vivere gli animali. Allo stato brado, nel loro habitat naturale. E se i genitori desiderano portare i figli a vedere giraffe e leopardi, vengano in Kenya. O cerchino sul National Geographic un bel documentario. Durante il safari è vietato scendere dalla macchina, gli animali sono ovunque e possono essere un pericolo per noi, così come noi lo siamo per loro nel momento in cui li spaventiamo. L’esigenza di non disturbare la fauna permette al contempo di salvaguardare se stessi. Mentre percorro la strada che mi porterà al lodge dove dormirò, Nelson – la mia guida – mi domanda quanti leoni abbia visto nella mia vita. In effetti, nessuno. (Non valgono film, cartoni e giardini zoologici). A Milano, in fondo, non è così facile avvistarli. In realtà neanche nella savana, ve ne sono diversi ma è raro incontrarli. Lui, invece, ne ha incrociati molteplici. Mentre me lo racconta, capisco che è una ricchezza. Come avere un portafoglio colmo di banconote o, nel mio caso, un terrazzino costellato di fiori e alberi da frutto. Sapere quanti leoni hanno visto le persone con cui quotidianamente ci relazioniamo – dall’edicolante al proprio capo in ufficio – mi sembra un buon metro di giudizio. E se qualcun altro lo dovesse chiedere a me, dopo questo viaggio posso rispondere, fiera: “1!” (sono stata fortunata).  Il resort dove trascorro la notte è semplice, accogliente, suggestivo. Circondato da un filo elettrico che evita l’ingresso degli animali, la sua grandezza è data dal contesto. Un cinema en plein air. Le vetrate della camera da letto permettono di ammirare il paesaggio grandioso che mi circonda.   Il mattino seguente la sveglia è ardua. I safari si fanno nel tardo pomeriggio e, appunto, all’alba. Ma lo spettacolo è seducente. Pennellate color salmone e rosa confetto dipingono il cielo, mentre la natura, dolcemente, si sveglia. Dopo aver ammirato gli animali, verso le 9 è l’ora della colazione. All’aria aperta. In questo caso mi permettono di scendere dalla jeep perché ci sono due guardie armate a proteggermi. Tra i cespugli c’è un bucolico tavolo apparecchiato. Mi offrono un bicchiere di bollicine ed uno chef mi cucina un’omelette con pomodori e cipolle. La addento con gusto, giocando ad indovinare quale sia l’animale più vicino in quel momento. La savana mi circonda. Un modo inedito di cominciare la giornata. 

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Il safari all’alba… e la colazione nel cuore della savana.

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5 Comments

  • Reply
    Caterina
    giugno 6, 2015 at 7:23 am

    Bellissimo!

  • Reply
    Francesco Diliddo
    agosto 15, 2015 at 2:35 pm

    ci sono staqto nel 2006! spero di tornarci presto!!!

    • Reply
      Corinna Agostoni
      agosto 15, 2015 at 2:36 pm

      Un’esperienza unica. Non avevo mai visto giraffe, elefanti e zebre così da vicino, nel loro habitat naturale.

  • Reply
    Kenya, la Grande Bellezza | oltreilbalcone
    novembre 5, 2015 at 11:46 am

    […] La Regina del Giardino, la Rosa: Top 10 Into the wild: Tsavo National Park, Kenya → maggio 13, 2015 · 4:58 am ↓ Jump to […]

  • Reply
    Blogger we want you, presente! | oltreilbalcone
    marzo 10, 2016 at 4:41 pm

    […] assaporare il percorso, prendendosi i propri tempi. Nel 2015, ho avuto la fortuna di scoprire il Kenya, cielo basso, terra rossa e tripudio di animali che vivono in libertà (come dovrebbe […]

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