Kenya, la Grande Bellezza

Emanuel viene a Watamu tutti i giorni da Malindi. In bicicletta. Lavora al Medina Palms, un lussuoso hotel sulla Costa del Kenya, dove è istruttore di kitesurf, canoa, paddle boarding, barca a vela. È un vero esperto di tutti gli sport sull’acqua. Parla bene italiano. Ha lavorato per 20 anni con un tour operator, gestendo turisti provenienti da ogni parte dello Stivale. Li portava in catamarano, insegnava loro a veleggiare sul windsurf. Lo fa ancora, ma i clienti sono un po’ calati. “Quando c’è gente, si guadagna qualcosa. Se non c’è nessuno, é più difficile lavorare. Quando gli hotel sono vuoti, non è bello per me”.
Non smette mai di sorridere e mi racconta della sua passione per il mare. Quando gli chiedo se c’è qualcosa che non ama del suo Paese, i suoi occhi brillano. Capisco che non può dirmelo e non insisto. La spiaggia è deserta, complice anche la bassa stagione.  Alfred fa il giardiniere in un hotel. La Costa del Kenya è impreziosita da splendide bouganville, bianche, fucsia e color prugna. La pioggia cade fitta sulla sua t-shirt verde mela. A maggio il tempo è altalenante e gli acquazzoni sono frequenti. Chiacchierando, gli chiedo se non sia più comodo con un cappellino, per ripararsi un po’ dall’acqua. “The weather is ok“, mi dice, un po’ sorpreso dalla mia buffa domanda.  Per accedere al mare, dagli hotel, c’è sempre una guardia che verifica chi va e chi viene. “Karibo” (benvenuta). Qui lo dicono tutti, nessuno escluso, e il simpatico signore in uniforme non fa eccezione. I kenyani sono accoglienti, sempre. Questa è una piacevole certezza. Sulla spiaggia, dei ragazzi mi propongono di vedere il loro artigianato locale, qualche statuetta in legno, collanine di conchiglie e perline. Scherziamo e mi portano ad ammirare un albero dove fanno la siesta un paio di scimmie. Mi confessano che c’è poco lavoro ultimamente.     Karisa è una delle coordinatrici del Turtle Watch di Watamu, un centro di riabilitazione delle tartarughe marine. È l’unico nell’East Africa. Alcuni pannelli illustrati spiegano molto bene qual è il principale nemico dell’Oceano: l’uomo. Si può visitare l’ospedale dove vengono curate le testuggini e vivere l’esperienza di liberare le tartarughe guarite in mare. Il momento in cui, dolcemente, le si poggia sulla spiaggia e loro, senza esitazioni, si tuffano in acqua è commuovente. Il Turtle Watch ospita anche un bel giardino botanico che raggruppa molte specie autoctone. Il vialetto, i vasi e tutto ciò che vi sorge all’interno è stato creato con materiali riciclati.       I progetti ecosostenibili sono una realtà diffusa sulla costa. Steve fa parte del Watamu Recycling Center, dove lavorano quotidianamente 24 persone. Con la collaborazione degli hotel, vengono raccolte la plastica e il vetro che il mare deposita sulla spiaggia. Nel centro viene data nuova vita ai materiali di scarto, trasformati in opere d’arte e oggetti d’uso quotidiano, dalle borse alle calamite. Il ricavato delle vendite è reinvestito nelle varie attività. Poco distante, il Dabaso Creek Conservation Group è un perfetto esempio di community. Nei pressi di una suggestiva insenatura (meravigliosa al tramonto!) si raggruppa un piccolo villaggio con alcune case, immerse nel verde della foresta. 36 abitanti hanno avviato un bel progetto di ecoturismo, permettendo ai visitatori di fare originali tour a bordo di una spartana barca in legno, tra i fenicotteri e le mangrovie. L’obiettivo è tutelare queste piante (che il governo voleva tagliare), habitat prediletto dei pesci, senza i quali la comunità non avrebbe di che sfamarsi.   Grazie alla salvaguardia dell’ambiente, l’area è florida di granchi. Un tempo venivano venduti ai ristoranti dei grandi hotel. Poi la chiave di volta. Perché non portare i turisti a scoprire  il torrente e cucinare direttamente in loco i granchi? Oggi, un ponticello in legno permette di raggiungere due incantevoli palafitte dove è possibile cenare. Il ricavato economico di queste iniziative, dal giro in barca alla piccola attività imprenditoriale, viene utilizzato per pagare la scuola ai bambini del villaggio e le cure mediche a chi ne necessita.      Dixon è la guida del Bio-Kenya Snake Park di Watamu. In Swahili lui si chiama Kalu. Tutti qui hanno un secondo nome “internazionale”, dal momento in cui vanno a scuola. Il Parco racchiude 76 specie di serpenti, tra cui i velenosissimi bamba verde e nero. C’è anche il pitone, che vive sino a cent’anni, e il varano della savana (leggi l’articolo). Un simpatico camaleonte è la mascotte della casa. Non amo gli zoo e simili, ma in questa occasione mi sembra vi sia cura per gli animali. Ogni parco, inoltre, ha spesso un secondo fine rispetto a quello turistico, legato alla comunità locale o alla tutela del territorio. Qui, il veleno dei serpenti viene utilizzato per scopi medici, per ricavarne dove possibile l’antidoto, distribuito poi gratuitamente a chi ne avesse bisogno.  Ad una cena conosco Paolo. È nato in Kenya da genitori italiani, ha vissuto in Etiopia, Sudafrica e Sri Lanka, per poi tornare nella sua terra natale. Vive a Watamu da 25 anni ormai, con la moglie. Beve solo prosecco e, dall’aspetto, sembra un distinto signore inglese. È brioso, ironico. Ha vissuto mille vite in una, mantenendo l’effervescenza di un ventenne. Nessun cinismo, né rassegnazione. Tra le molteplici attività, ha dato vita alla Watamu Against Crime, un’organizzazione controllata dagli abitanti per mantenere la sicurezza in città. “Quando non c’è lavoro” chiosa “i furti aumentano”. Tre camionette girano per Watamu, con una telecamera GPS per fare controlli e l’indicazione di un numero telefonico per segnalare gli abusi. Vivienne, invece, fa i massaggi. Ha una pelle splendida. Liscia, vellutata. E una voce dolce e calda, le sue parole sembrano coccole. È timida, ma premurosa. Trovare lavoro in una SPA di un hotel è una buona sistemazione.  Alex mi conduce alla scoperta dell’Arabuko-Sokoke Forest, la più grande foresta tropicale dell’East Africa. Ci sono oltre 600 specie di piante, di cui 200 con valore medicale. Alcune hanno anche proprietà cosmetiche. Le radici della Yuclea vengono utilizzate per produrre un burrocacao che colora le labbra di giallo o arancio; mentre la Grevia è ideale per lavarsi i capelli. Diversi kenyani hanno imparato l’italiano studiando il nome delle piante in latino.   Hellen è la vicepreside della scuola pubblica Malindi Primary, dove studiano 870 bambini grazie al lavoro di 18 stoici insegnanti. Quando tiro fuori il mio sacchetto di caramelle per distribuirle, uno sciame di ragazzini mi circonda. Mi rendo conto di non essere all’altezza della situazione e cedo volentieri la gestione a lei. Risoluta, ma dolce, distribuisce equamente a tutti il piccolo dono. Per ringraziarmi, i piccoli mi intonano la canzone “Asante Sana” (grazie). Impeccabili, nella loro uniforme con camicia color confetto e pantaloni o gonnellina turchese. Sono il futuro, loro.      La mia prima impressione del Kenya è quella di un Paese gentile. I tramonti, gli animali: suggestivi. Ma sono le persone la vera grande scoperta. I sorrisi, privi di riserve e furbizia. Gli sguardi, complici e mai severi. Le attenzioni e le strette di mano. Essere accolti, in un Paese che non é il proprio, porta a sentirsi grati. Perché c’è qualcuno, sotto un cielo straniero, che ti prende per mano, permettendoti di assaporare, con più gusto, tutto ciò che ti circonda.

7 Comments

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7 Responses to Kenya, la Grande Bellezza

  1. La grande bellezza ? ma dove ? forse al nord nel deserto o nella zona del lago Turkana……….bello il racconto ma se.. non hanno lavoro la colpa è loro……..prezzi da paura , la maggior parte cercano di spennarti soldi e le spiagge libere sono sparite e i parchi con cifre assurde………meglio non andarci

    • Grazie per il tuo commento. Mi confronto sempre volentieri con chi la pensa diversamente rispetto a me ed esprime il suo pensiero con educazione. Trovo che il Kenya sia un Paese intrigante, per la varietà dei paesaggi che ospita e soprattutto per le persone, ospitali e sempre sorridenti, che lo popolano. Sono d’accordo con te, quando dici che i parchi non sono particolarmente economici. Ma sono splendidi e vedere gli animali in libertà è stata un’esperienza preziosa. Dissento quando sostieni che “la colpa è loro, se non hanno lavoro”. La maggioranza della popolazione non ha certo in mano il potere gestionale, concentrato come spesso accade nelle mani di pochi. E, nonostante questo, in tanti hanno avuto la forza di creare community e progetti ecosostenibili da cui dovremmo prendere esempio. Poi ci sono altre questioni di più ampio raggio, come il problema Ebola che ha causato un brusco calo nel turismo anche in Paesi come il Kenya, ben distanti da quelli dove il virus era presente. Anche qui, la colpa non credo sia della popolazione locale, ma piuttosto in un’errata concezione geografica (la Guinea, per dire, è più vicina alla Spagna che al Kenya). Sono stata in diverse spiagge libere, una molto carina a Watamu, dove vengono riportate in mare le tartarughe guarite grazie al lavoro del centro Turtle Watch. Più di tutto però, oltre alle piacevoli persone che ho incontrato, mi è rimasto nel cuore il safari. Ne parlerò presto. E mi farà piacere se leggerai il post, anche se probabilmente non sarai d’accordo con me.

    • Comprendo che ci possano essere visioni diverse.
      Purtuttavia, fatico a capire come la tua descrizione possa essere riferibile al Kenya: casomai mi pare di leggere la descrizione – che so – della Liguria… Vorrei sapere cosa può condurre a tanta immotivata avversione verso il Kenya.

  2. Mi trovo d’accordo con Corinna. E poi, se proprio vogliamo considerare il costo dell’ingresso ai parchi, non lo trovo così superiore agli importi che vengono richiesti in altri Stati (vedi Wyoming, California, parchi australiani). Anzi, trovo che le cifre richieste in Kenya siano nella norma. Tenendo anche presente il fatto che, con quei soldi, chi gestisce i parchi si può permettere di tenerli in ordine, puliti, sicuri e attrezzati come giustamente devono essere. Meglio non andarci? Io credo che, almeno per quanto mi riguarda, mai nella vita mi precluderò la possibilità di visitare tutti i Paesi del mondo, o almeno una parte di essi. Il viaggio è ricchezza, soprattutto interiore. E allora meglio spenderli così i miei soldi, piuttosto che in altre attività meno “arricchenti”.

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