Tulipano, elogio della brevità

 Una delle ragioni per cui amo i fiori è che sono effimeri. La bellezza fugace ha un sapore speciale: bisogna essere abili nel goderne quando è il momento. Senza affliggersi perché non durerà, ma con quel pizzico di malinconia che impreziosisce l’istante. Che poi, il “per sempre” – o “per molto tempo” – è spesso sopravvalutato. L’abitudine può portare a non vedere più ciò che si ha sotto gli occhi quotidianamente, vanificandone la persistenza. I fiori hanno quella semplicità geniale del qui e ora. L’astuzia della concisione. E il tulipano è la quintessenza di tutto ciò.
Un’amica ritrovata mi ha regalato tre bulbi per il mio compleanno, a settembre. Con dedizione, ad ottobre, ho preso tre vasetti blu cobalto dove li ho messi a dimora. Quest’inverno, sbirciavo dalla finestra ammirando la loro resistenza al freddo pungente. Ma, in fondo, erano protetti, sotto la terra. A gennaio tre puntine verdi spuntavano timide. Il mio cane mi guardava perplesso quando aprendo la finestra del balcone, a marzo, sussultavo d’eccitazione nell’ammirare la rapida crescita degli steli. E, ad aprile (finalmente!), il fiore di tulipano,
in tutta la sua eleganza. Per pochi giorni, poco più di una settimana. Poi, ha perso i petali con la rapidità con cui il mare polverizza un castello di sabbia.

Bisogna diffidare da chi suggerisce che è meglio non prendere una pianta se la fioritura non dura. Non perché non sia vero (alcuni fiori appassiscono velocemente e si rifanno vivi dopo un anno intero), ma perché non è quello il punto. Se, anche solo per pochi giorni, si può godere di una bellezza capace di sorprendere, di un profumo avvolgente e di incontri cromatici intriganti (basta il verificarsi di una delle tre circostanze), allora vuol dire che ne è valsa la pena. Se, in più, il risultato è la conseguenza di dedizione e premure, quei pochi attimi diventano impagabili e l’evanescenza li rende tanto più preziosi.         

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